‘La pittura cinematografica e letteraria di Giovanni Gabassi’ di Licio Damiani

 

I dipinti di Giovanni Gabassi mi ricordano qualcosa del film L’Anno scorso a Marienbad, diretto da Alain Renais nel 1961, per quel raccontare storie all’interno della coscienza, con un tempo mentale e uno spazio contratti, incuneati, sovrapposti sempre al presente. Veri e propri esperimenti sull’intercambiabilità delle immagini, sull’intreccio in un unicum di situazioni disparate.

E’ come se tutto venisse assorbito in un flusso continuo di memoria. Una pittura che assembla frammenti reali proposti all’istante dalla vista ed dall’udito e frammenti di un remoto passato, o totalmente fantasmagorici. Il fascino di questi quadri sta tutto nella forma e nella struttura. Con le loro strade, le piazze, i fiumi, le stanze, di specchi, i giardini, le figure umane, trasferiscono in termini spaziali il concetto dei possibili dinamismo del pensiero.

Le strutture sintattiche di Gabassi ricordano suggestioni letterarie che vanno dalla casualità delle proustiane resurrezioni della memoria involontaria, sull’esile traccia di richiami sensoriali, al caos soggettivistico dell’Ulisse e di Finnegans Wake di Joyce, fino all’esperienza del Noveau Roman anni Sessanta del Novecento di Alain Robb-Grillet, imperniata sull’analisi del “film che scorrono continuamente in noi non appena cessiamo di fare attenzione a ciò che accade intorno a noi”. Utilizzando questi impulsi Gabassi compone con le immagini un vero e proprio monologo seguendo un ritmo mentale piuttosto che un ritmo logico e conferendo le sue sensazioni un ordine di origine soggettiva.

L’artista compie, insomma, una registrazione visiva senza commento del mondo esterno e del mondo interiore, due mondi che non hanno reciproci confine e che non è possibile delimitare, ma che si può soltanto descrivere in base ai dati della mera percezione. Il tempo psicologico alla sua alla meglio su quello cronologico. Questo modo di fare pittura trasforma la banalità delle situazioni in impulsi figurali, creando un circuito vizioso di rimandi, inversioni, analogie, allusioni, gratuità, spiazzanti e insieme affascinanti.

La Piazza di Palmanova dispiega la scenografia dell’uomo e dei palazzi circostanti, resi con un bianco e nero quasi da fotografia, in dimensioni dilatate, ritmate da intrecci lineari che sono come tortuosi impulsi psichici e da colori irreali di sogno, viola e rossi, verdi, gialli, azzurri, lilla, stesi gestualmente a esprimere l’esplodere di incontrollate emozioni, di oniriche ossessioni. E Porta Aquileia, sempre di Palmanova, si sdoppia illusionisticamente sotto un’assordante tempesta grafica.

Lo straniamento dell’oggetto reale e ottenuto attraverso un arrotarsi di luci che luccicano, scintillano, come in uno stato incredibile estasi, in cui l’artista si profonde come un bambino che scorrazzi liberamente sui prati nell’abbraccio di un sole estivo. Così nell’Estasi di Santa Teresa, intorno all’immagine della Santa, raffigurata come un bianco e nero dissolto da riproduzione di statua barocca smangiata dal tempo, si sprigiona turbini di colori stesi col piglio di un tempestoso informale; esplosioni di gialli e di rossi, di neri e di macule blu, di righi e di saettamenti temporaleschi: sembrano esprimere la selvaggia istintività di un primitivo impulso vitale.

Un altro episodio imperniato su un frastornante congestione di parvenze eterogenee, che sembrano trattenere squarci di visioni sedimentate confusamente nell’animo, è offerto dalla composizione Sogno o sono desto: grattacieli e giochi di bimbi accovacciati, uno specchio marino metamorfizzato nella curva di un soffitto, rocce scoscese accanto a un letto, visioni aerei di giardini, un barattolo gigantesco, si distendono sotto il primo piano di un volto femminile proiettato su una enorme schermo. Nell’horror vacui Gabassi esprime la “perdita del centro” che travaglia all’uomo contemporaneo, il suo annegare nell’inferno dell’effimero.

 

Il corpo nudo di una bellissima Donna angelo pare di stare in tirando le psichedeliche. La prospettiva di un’autostrada percorsa da ombre di automobili, che taglia a mentà un paesaggio abraso, scorre sotto un’assordante esplosione cosmica di fuochi d’artificio. In America il profilo sensuale della fanciulla ignuda sdraiata fra sgocciolii e ampie tacche di pigmenti è forse quanto resta di un manifesto pubblicitario intravisto di scorcio. Di alcuni paesaggi (Paesaggio friulano, Paesaggio alpino,…) restano magmatici lampi, bagliori, grovigli: galleggianti tracce residue di un naufragio. In Frutta mista il riporto fotografico di una Natura morta caravaggesca è invece ingabbiato in una tessitura rigorosamente geometrica di policromi segmenti ortogonali dai quali traspare in negativo un esangue panorama urbano. La giovane Seduta nello spazio galleggia tra pennellate strisciature azzurre, rosa, gialle, nere sul fondo intonso.

Un exploit stilisticamente prezioso viene offerto da Barca fondata. Su una serie di vaste quinte informali spesse uniformi, rosse, viola, nere, con inserti gialli, verdi, arancione, si campisce al centro della composizione il natante reso con una grafia minuta e intricata sul candore del supporto. L’effetto è di armoniosa e leggerezza.

E sconvolgente esempio del sovrapporsi drammatico delle rovine provocate dal terremoto del Friuli è il quadro Gemona 6 maggio 1976. Inquadrate unitariamente dall’espandersi concentrico delle onde sismiche e delle linee di forza provocate dei sussulti del suolo si sovrappongono alcuni brandelli della città: il Crocefisso mutilo del duomo come punto focale, intorno al quale ruotano la via Bini puntellata e un rosone gotico, resi con un bianco e nero da stampa giornalistica, e l’esposizione a raggiera di tarsie multicolori.

 

Gabassi si spira frequentemente a momenti e a capolavori della storia dell’arte. Non si tratta di citazioni. Questi richiami trasfigurati si possono definire piuttosto impronte d’impressioni emotive suscitate nell’animo dell’artista dalla lettura di alcune opere o dalle sua immersione nello spirito di un tempo e di una cultura.

A suggerire il tema della composizione può essere un lacerto di qualche dipinto che rimane “impigliato” nella sensibilità dell’artista di Palmanova. Esemplare il Velasquez incontra Klimt, con l’appunto che mima il particolare del vasto telero La resa della piazzaforte di Breda, del maestro spagnolo conservato al Prado, dal quale si sprigiona una visionarietà incandescente. Al generale delle milizie spagnole Ambrogio Spinola Gabassi assegna il ruolo di Velasquez, mentre il comandante delle armi olandesi sconfitte, Giustino di Nassau, è chiamato impersonare Klimt. Dal frammento si arrabbia un sovrabbondante fondale di bolle, spirali ed ellissi decorative e il conturbante cammeo di una femmina della secessione viennese.

Traducono nella contemporaneità il celebre Bacio klimtiano i due giovani – lui ritto in camicia bianca in maniche corte, lei in giubbino carminio e calzoni chiari a gamba elefante inginocchiata su uno sgabello – “stretti nella passione d’amore” su uno sfondo musico di tessere geometriche. La Testa di cavallo tratta da Guernica di Picasso si dissolve nel colore. E chi è la Donna con capitello il cui volto traspare dietro a un velo fitto di arabeschi, volute, girali, tondini, cimase, fregi, serpentine? Ricorda, forse, un’attrice incontrata chissà quando è chissà dove, il cui sorriso invitante affascina e turba, o una Butterfly prigioniera in una gabbia floreale? O è soltanto un’immagine che emerge dal buio dell’incoscienza o da un fondo di nostalgia repressa?

Le giovinette dormienti e intente a lettura, sdraiate su fitte e musicali trame di campi fioriti con raffinatezza puntillistica evocano il giovane Casorati secessionista e klimtiano. E un autentico capo d’opera è la grande composizione Donna seduta, che fa rivivere la “meravigliosa bellezza” della pittura di Matisse, trasfigurando in un immaginifico mondo ornamentale una realtà onirica”.

Nutrito il capitolo comprendente Boschi, Prati, Fiumi, Campi di granoturco resi con ardite profondità prospettiche e pennellate di tinte pure separate e mescolate otticamente secondo il metodo divisionista del Neo Impressionismo. Va segnalato, infine, lo scorcio da inquadratura cinematografica in bianco è nero di un Volto di donna inquadrato da una grata e da un fascio di fiori. Corrisponde per certi aspetti ad alcune immagini indicate nella sceneggiatura scritta da Alain Robbe-Grillet per il film citato in apertura L’anno scorso a Marienbad: “… un po’ girata, guardando nel vuoto, gli occhi spalancati, come assente… Il silenzio continua in un primissimo piano del viso di A. irrigidito da una visibile angoscia…”. Il cerchio della nostra analisi sull’opera di Gabassi, così, si chiude.

Udine, ottobre 2015

Licio Damiani

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